Villa Borromeo, sabato 5 agosto 2000.
Alain Vanier, psicanalista,
uno degli autori del libro collettivo Où en est la psychanalyse,
afferma che la psicanalisi:
[La psicanalisi] s'infiltra fino all'intimo modo di pensare, colora l'educazione
dei bambini e le nostre relazioni con gli altri.
Invece Patrick Guyomard, di cui avevamo letto
diversi libri e che è presidente della Société
de psychanalyse freudienne, uno dei gruppi lacaniani, afferma:
La psicanalisi ci serve da altoparlante.
E il sociologo Alain Ehrenberg, che dirige il gruppo di ricerca Psicotropi, dice: La psychanalyse a encore des billes sans son sac.
Quindi, il sacco della psicanalisi! E poi, sempre nello stesso articolo pubblicato sull'Express della prima settimana d'agosto, il sociologo François de Singly nota ancora: La psychanalyse nous a décomplexés en reculant les frontiéres de l'anormal.
Sarebbe proprio un guaio
se la psicanalisi avesse tolto i complessi. I titoli di copertina recitano:
"Sesso, educazione, lavoro… Da cent'anni, la psicanalisi
cambia la nostra vita. Freud non è morto". Se è
questo il modo con cui la cambia, non è granché. Il pensiero,
la saggezza, la prudenza, l'intelligenza, la mente: tutto ciò —
ciò non può costituire un tutto — ha un'algebra? Nel
XIX° secolo c'era chi aveva ritenuto di sì e così nacque
la frenologia. Più recentemente la risposta affermativa ha varie
denominazioni. Soprattutto quella trattatistica che presume di occuparsi
del pensiero, dell'intelligenza o della mente e che talora va sotto il nome
di psicologia cognitiva.
Nessun etimo per fren,
frenòs. Nessun filologo è giunto a
trovare un etimo. Fren, frenòs:
una parte del corpo come il diaframma, il petto o il cuore o lo spirito
oppure il cervello? Phronis.
Pierre Chantrin [?], nel secondo volume del suo Dizionario etimologico della
lingua greca, Storia delle parole, edito nel 1984, nell'etimo di fren menziona
tante parole. Tra queste phronis
per la quale dà soltanto saggezza, esperienza. Esperienza non è
qualcosa che ci sia ancora in Grecia, ad Atene e nemmeno nella cosiddetta
Asia Minore e nella Magna Grecia. È un termine recente. Certamente
a Roma c'è experientia
come termine, ma l'esperienza è recente. Soltanto con Leonardo da
Vinci l'esperienza è originaria.
Phronis,
dunque: saggezza, intelligenza, prudenza. Fronema:
spirito, pensiero. C'è un paragrafo nel De
Trinitate Dei dove S. Agostino dice che Dio è Trinità,
quindi, è padre, figlio e spirito. Il padre è spirito, il
figlio è spirito, cioè il padre non è esente da spirito
o ancora che lo spirito procede dal padre e dal figlio. Non possiamo dire
che lo spirito è padre, nemmeno che il figlio è padre e nemmeno
che lo spirito è figlio.
Frontis,
femminile, è invece una personificazione mitica e Frontis,
maschile, — come a ciascuno di voi è noto — era il pilota
di Menelao. Frontizô
[ô per omega]: pensare, riflettere, curarsi di… Frontisma:
meditazione. È curioso come la costellazione di termini fren,
phronis, fronema, frontisma si affianchi alla costellazione
di termini che ruota attorno a med, mod. Med,
per esempio, medium o medicina o strumento o meditatio
(pensiero, meditazione, riflessione). E ancora speranza e gli aspetti rispetto
a cui c'è anoressia, cioè assenza di soggettività.
Phronis
è senza soggetto. In questa nota noi diciamo phronis
come intelligenza. – Seneca, stoico, ha quel brano bellissimo: "Giorno
verrà…". Noi ignoriamo cosa dicesse questa profezia. Provate
voi a scrivere: "Giorno verrà…". Se verrà
letto un giorno quello che voi scrivete, sicuramente c'è chi dirà:
"Ecco, è curioso, si è proprio verificato così".
Quel brano sembra scritto dopo l'invenzione dell'America. È proprio
la descrizione perfetta. L'ho citato da qualche parte. – Senofonte
invece dice che la fronesis,
l'intelligenza, è degli dei.
Phronis,
è saggezza, prudenza, intelligenza, mente, meditazione. La giustizia
è il modo in cui interviene il sembiante e la saggezza è una
delle proprietà del sembiante oppure è l'approccio impossibile
con il sembiante. Che il sembiante sia condizione dell'itinerario: questa
è saggezza. E la prudenza sta nel diritto in atto, nel diritto dell'Altro.
Non ci sono uomini o donne prudenti, uomini o donne saggi o sagge, poiché
la saggezza viene dall'oggetto e la prudenza sorge in virtù dell'Altro.
Se a phronis
diamo l'accezione di intelligenza, allora questa è arte. È
questa l'accezione che noi adesso abbiamo considerato. Ma la prudenza, il
diritto, l'intelligenza, la mente abitano nell'intervallo. Solo che nulla
di più intollerabile dell'intervallo. Tant'è che gli umani
che presumono di abitarlo lo spazializzano e sbandano o, per dirla come
Lacan, deragliano. Per ognuno l'intervallo "spaziale" è
il regno dei fantasmi che, per dir così, spingono verso la loro realizzazione.
Le fondamentali fesserie degli umani giungono nell'intervallo. Compresa
quella di morire, ma in via provvisoria quella di impazzire.
Gli umani impazziscono in modo radicale nell'intervallo.
Con questo occorre precisare che nessuno veramente è perduto o si
perde nel labirinto. S'imbroglia, ma non si perde. Ognuno si perde nell'intervallo.
Nell'intervallo spaziale. Quello in cui ognuno tira le somme, fa i bilanci,
si specchia nel suo passato, si specchia nei suoi ricordi e dice: "questo
ho fatto io", "questo non ho fatto io", "questa è
stata la mia sconfitta", "questo è stato il mio errore",
"questa cosa che ho fatto è stata la mia rovina", cioè,
ognuno nell'intervallo spaziale è significato dal fatto. Ma la riproduzione
economica del fatto, quella che il discorso giudiziario presume, è
il fantasma materno realizzato. Realizzato dove se non nell'intervallo spaziale?
Il bilancio, la bilancia: due spade, due lance,
due piatti o due piani? In ognuno di questi casi la superficie sarebbe piana,
cioè sarebbe senza il due, senza il tempo. La superficie non sarebbe
il due e il tempo. Sarebbe la superficie senza superficie. La superficialità
che non ha bisogno della superficie. Allo stesso modo interviene il significante
interfaccia. La superficie sarebbe la superfaccia. Invece interfaccia.
Anzitutto precisiamo il bilancio o la bilancia
e, cioè, ciascun lancio, ciascun getto e ciascuna missione procedono
dal due: bis,
bi. Il bilancio procede da ciò che non può
togliere la tranquillità perché sta alle spalle e non serve
da copertura. Ciò che serve da copertura sta davanti. La copertura
sta davanti. Il bilancio della memoria disposto dall'algebra sta davanti.
Il bilancio della memoria è senza la memoria, perché tutto,
senza la memoria, diventa memoriale. La memoria è immemoriale.
Non c'è chi possa intendere senza fare:
questo indica la mente, mens.
E la prudenza è incompatibile con il senso comune. Noi possiamo toccare
ciascuno di questi termini, cioè saggezza, prudenza e intelligenza,
mentre fren è proprio
la mente. È chiaro che indicando Phronis
in greco, la scommessa è rispetto all'intelligenza artificiale. A
quella che è stata chiamata a lungo intelligenza artificiale e che
non è affidata all'utensile. Abbiamo indicato che l'intelligenza
è artificiale perché è artificio. Intelligenza artificiale
è una ridondanza. L'intelligenza è artificio, è arte
del fare, arte della poesia.
L'intervallo è il regno del fare anziché
il regno dei fantasmi. Del fare e della sua comunicazione attraverso la
scrittura: dalla poesia all'edizione chiamata digitale. È curioso
che nei disegni, negli schizzi di Leonardo da Vinci ci sia sempre il dito.
Il dito indirizzato verso l'Altro, in qualche modo. L'edizione è
di ciò che segue alla scrittura e, quindi, che si legge. Abbiamo
seguito gli indici, le indicazioni temporali e anche i puntamenti. Per esempio,
la lettura come punta della scrittura è un puntamento. Non è
una puntuazione, non è il punto e il contrappunto e non è
il puntuale.
Noi abbiamo indicato più volte che
l'intelligenza è aritmetica e non algebrica. Che l'intelligenza appartiene
al fare anziché ai fantasmi che si debbano realizzare nell'intervallo.
Questo indica che non c'è nessun luogo dell'intelligenza. Gli antichi
tentavano di trovare nel corpo il luogo della saggezza, il luogo dello spirito,
il luogo dell'intelligenza, il luogo della mente o il luogo del desiderio,
il luogo della speranza. E ancora adesso c'è questo naturalismo che
tenta di trovare questo luogo. O meglio che propone ora questo ora quel
luogo e ne fa anche propaganda e commercio.
Bisognerebbe fare un'indagine intorno al termine
business. Comunque il significante affare è di grande interesse.
C'è sempre il fare in affare. Il programma segue al fare. E non c'è
il piano. Business plan sarebbe il piano del business, il piano dell'affare.
Il piano di fattibilità è un'altra cosa. Fattibilità
non significa nulla. Chi dice che è fattibile lo dice di qualcosa
che apparterebbe al probabile, al possibile, all'ontologia. Il piano di
fattibilità sarebbe un piano ontologico. Anche business plan è
un piano ontologico. Il significante programma invece è di grande
interesse. Per esempio, il programma dell'avvenire, il programma della comunicazione,
il programma del valore oppure il programma del capitale. In effetti che
cos'è il programma finanziario se non il programma in cui il patrimonio,
la memoria, il fare s'inscrivono in una comunicazione che trae l'esperienza
al valore assoluto che è il capitale.
Qual è il rendimento non già
del passato ma di ciò che si fa e, quindi, anche degli utensili che
si adoperano in ciò che si fa? Qual è il rendimento? Qual
è il profitto? Soltanto il rendimento indica quale sarà il
capitale. Questo già secondo le formule, giudicate da noi ancora
piuttosto timide, della valutazione dell'azienda. Le cose come tali non
esistono. Noi possiamo dire che le cose hanno un mercato. Se le cose hanno
un mercato, allora si considerano come da liquidare, entrano come merce
nel mercato. Va bene. Sono merci accanto ad altre. Se le cose non sono merci
e non sono in vendita — ci sono cose che non sono in vendita —,
chiaramente sono senza mercato e senza vendita. Che cosa importa? Importa
ciò che se ne fa con queste cose, con questi utensili, cosa si fa
con i cespiti che, secondo […] di Ginevra si chiamano les actives.
Il rendimento è la via per stabilire il capitale che viene indicato
come attuale. Dovunque c'è rendimento c'è capitale e non viceversa.
ELISABETTA COSTA
[…]
A. V.
La cosa che diventa merce è una cosa che si trova in vendita. Altre
cose non sono in vendita. Per esempio, tu, io, lui non sono in vendita.
Il sembiante non è in vendita. Il tempo non è in vendita.
Consideriamo quelli che sono chiamati gli asset. Certamente non sono io,
tu, lui o il tempo che non sono asset. Se sono messi in vendita hanno un
valore stabilito nella contrattazione con l'acquirente e dipende, quindi,
dal contesto e dal testo in cui avviene questa vendita. Può essere
una vendita per liquidazione di alcuni asset. Per esempio, le cosiddette
dismissioni quando compagnie, industrie, banche o enti pubblici dismettono
degli asset, come i beni chiamati immobili. Entro quanto tempo devono essere
dismessi? Allora, è chiaro che l'acquirente deve essere trovato entro
quel tempo e questo dà il valore dei beni dismessi. Ma non è
il valore di questi beni in un programma. Il valore di questi beni in un
programma è differente, perché non sono in vendita e il programma
dipende da cosa si fa di ciò che dovrà partecipare al programma
e da quale sarà il rendimento rispetto a ciò che si fa.
Dal pubblico
[…]
A. V.
No, no, no. Nel rendimento c'è la vendita! Il fare implica assolutamente
la vendita, ma non delle cose che non sono in vendita. È chiaro.
Ma queste cose che non sono in vendita sono lì perché ci sia
il fare, perché le cose si facciano. Ci sono anche programmi in cui
ciascuna cosa è in vendita, tranne, ovviamente, il venditore. Il
venditore non è in vendita. Il venditore che si ritenga in vendita
è chiaro che fallisce la vendita. Il tabù della vendita è
determinato dall'idea che il venditore si debba vendere. Ma il venditore
non è in vendita. Il sembiante come venditore, il tempo come venditore,
ma anche lo statuto di cifrante come venditore indica questo.
Comunque leggete almeno qualcuno dei cento
libri attorno alla valutazione e capirete come il capitale attuale è
stabilito dall'ipotesi di rendimento. Viene indicato come capitale ma è
sempre nella parola. Viene formulata un'ipotesi di rendimento e, quindi,
viene formulata un'ipotesi di valore assoluto, cioè di capitale.
Questo capitale viene stabilito ora come valore dell'azienda. Il valore
è questo. Quale sarà il rendimento per vent'anni di queste
cose. Quale sarà il rendimento? Benissimo, allora stabiliamo che
queste cose oggi hanno questo valore. Non hanno questo valore perché
siano in vendita, hanno questo valore nel programma.
Ciascun bilancio bisogna che divenga programma,
programma dell'avvenire. Che proceda dal due, dall'apertura, dalla superficie
come due e dalla superficie come tempo. Cos'è l'interfaccia? Questo
termine viene adoperato nell'accezione di filtro, di intermediario. L'interfaccia
sarebbe l'intermediario: "Lei è la mia interfaccia", nel
senso che parlo con Lei, ma poi c'è qualcun altro. E ciascuno è
un'interfaccia di un altro interfaccia, quindi, intermediario dell'intermediario.
In una recente lezione del lunedì abbiamo detto che non c'è
l'intermediario. Interfaccia può avere un'altra accezione. Quali
facce? Abbiamo una faccia dell'economia e una faccia della finanza. In francese
si dice la surface finacière
di un'impresa. In inglese cash-flow, come dire utili di cassa. Non è
solo il flusso finanziario. Flusso di cassa? Liquidità? Liquidità
è un termine che non indica nulla. Solidità, liquidità
sono termini che abbiamo analizzato a lungo nelle lezioni dell'anno scorso.
Comunque può esserci qualsiasi tipo di flusso, ma è il rendimento
ciò che importa.
E. CELANT
Cash-flow indica il rendimento rispetto ai due flussi…
A. V.
Esatto. Infatti i finanzieri dicono che cash-flow sono gli utili di cassa
e non i flussi. Flusso di cassa è una traduzione così…
È dal rendimento che viene stabilito il valore. Se il rendimento
è 8 il valore è 100, in modo aritmetico come il cosiddetto
utile netto. Se è 8 è 100, viene considerato per ciascun anno.
Bisogna fare per ciascun anno come per il budget, cioè il programma.
Il programma è qual è ciascun anno il rendimento. Può
essere 6, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15. Allora c'è un incremento.
Comunque queste cose le trovate sui libri. La questione è quella
di capire e di intendere qualche altra cosa che questi libri non arrivano
a formulare. Dobbiamo leggere queste cose. Non impararle ma leggerle. Non
studiarle ma leggerle.
Già sabato scorso abbiamo indicato
il volume di Luigi Quadri che viene applicato a Milano. Ce ne sono 3 o 4
che vengono applicati e tuttavia sono insufficienti. Questa è la
facciata. Però questa facciata, rispetto al pregiudizio, è
già un passo. In qualche modo c'è qualche compromesso con
il pregiudizio. Ecco il perché di quella facciata e bisogna leggere
tutto questo.
SERGIO DALLA
VAL […]
A. V.
Le formule sono più interessanti. Adesso non ho qui queste formule.
Se io ho un rendimento 100, allora il valore è 1250. Allora l'investitore
dice: "Benissimo. 1250 ha portato a questo rendimento e allora investo".
E più una cosa si vende più vale. Se quelle azioni sono molto
vendute, molto valgono, perché cresce il rendimento e, quindi, cresce
il valore, il valore assoluto. Il rendimento delle azioni dà il valore
assoluto del gruppo, dell'azienda. Bill Gates ha costruito così e
non sulla base degli asset. E anche Soru [con Tiscali].
S. D. V.
Ma c'è una logica delle proporzioni in questo…
A. V.
Bisogna leggere queste cose. Prima compulsare e analizzare questi scritti.
Poi leggerli. La proporzione qui non c'entra. Proporzione-inproporzione
è qualcosa che sta alle spalle. Per esempio, qualunque cosa accade
c'è chi sa dare una lettura infernale. Sempre! In un certo discorso
qualunque cosa accade può essere sempre letto in maniera infernale.
Per esempio, ha chiamato una persona da Roma chiedendo: "Come va?"
e Carla ha risposto: "Il solito inferno". Chiaramente perché
la trasparenza dava l'infernale dinanzi. L'inferno dinanzi è proporzione-inproporzione
poste dinanzi. Curiosamente non è che possa essere messa dinanzi
solo la proporzione. C'è anche l'inproporzione e allora diventa l'infernale.
L'inferno e il superno, il più basso e il più alto, stanno
alle spalle non stanno dinanzi. "Sentirsi all'altezza", "essere
all'altezza", "credersi all'altezza", tutto questo porrebbe
la proporzione dinanzi. Ma subito c'è l'inproporzione, perché
non c'è chi si creda abbastanza all'altezza da non precipitare nella
bassezza.
FLAVIA X.
[…]
A. V.
Ho sempre detto che lei e io siamo alleati. A me sembra che per una società
provider e che faccia edizione digitale vada bene mettere Phronis
come denominazione. Inoltre dall'11 di settembre incomincia la serie di
lezioni di cifrematica che hanno come titolo Il
cervello artificiale, la Borsa e Internet. Poi è
sempre stata una "direttiva" quella di portare a formazione, insegnamento
e scrittura ciò che si tratta di affrontare, di elaborare, di discutere
e di fare. Per questo a un certo punto mi sono interessato per sette anni
ad alcune procedure, ad alcuni discorsi. Invece le nuove lezioni di psicanalisi
del sabato pomeriggio incominceranno il 9 settembre e avranno come titolo
Le imprese tecnologiche come casi.
Incominciamo con quello di Maiocchi e poi inviteremo altri. Un nostro collaboratore
vuol far venire Bill Gates, solo per la scenografia.
C'è una rivoluzione nell'economia e
nella finanza e io sto esplorando la questione del valore. Marx aveva indagato
soltanto un aspetto: valore d'uso e valore di scambio. Abbiamo già
parlato di questo. Il valore d'uso è il controsenso, il senso come
effetto che non sarà mai buon senso — se è un effetto
non può essere mai buon senso — e poi c'è il valore
di scambio che è il godimento, quindi il dispendio. Ma ci sono anche
altri valori. Che valore è il sapere sempre come effetto? Poi, se
il capitale è valore assoluto, allora sono valori anche gli effetti
del capitale, cioè la verità e il riso. Il capitale senza
riso è una verità triste e il capitale senza la verità
è un riso amaro. Un riso amaro che non è quello cinese.
F. X.
[…]
A. V.
Certo. Infatti i valori nel discorso politico sono il buon senso, il consenso
e il senso comune. Sono questi i valori. Ci sono coloro che si accontentano
di questo e dicono "quando c'è buon senso tante cose si possono
sistemare, arrangiare, accomodare". Oppure si chiedono come procurarsi
il consenso: "quanti quattrini, quali tecniche, quali congegni, quali
modalità ci vogliono per ottenere il consenso?". Qui si tratterebbe
di valori del discorso politico. Oppure il senso comune. È curioso
che il criterio con cui viene stabilito il senso comune, il criterio dell'accettabilità,
sia stato a un certo punto assunto anche da un logico matematico, definitosi
anarchico, come Feyerabend per cui l'accettabilità universale stabilirebbe
la verità. Questo non è per nulla interessante. Purtroppo
è l'animale fantastico dell'Uroboro che si divora.
Dal pubblico
[…]
A. V.
Non siamo più in epoca New Age. Questa non è epoca Internet,
perché Internet non è un epoca, ma l'epoca Interdet.
Dal pubblico
[…]
A. V.
Esatto. Però rispetto al letterale è il sapere come effetto.
Il sapere nel labirinto. Il credito non è un effetto, ma è
una proprietà dell'etica. Il sapere invece è un effetto della
seduzione del figlio, del significante, dell'uno. Seduzione nella doppia
accezione: senza trasporto affettivo oppure che si trae verso, che si porta.
E. CELANT
[…]
A. V.
Infatti i libri che valutano le aziende sono libri naturalistici. Siamo
a un livello tale che non è quello dei bancari. I bancari non arrivano
a questo livello. Il livello di Quadri è un livello che riguarda
i grandi gruppi milanesi e non riguarda i cittadini che vanno in una banca.
I cittadini che vanno in una banca è inutile che chiedano soldi.
Devono depositare i soldi e lasciare che siano i bancari a gestirli. Non
devono fare altro. Poi i bancari decidono cosa fare. Se i cittadini vanno
a chiedere soldi questa è una cosa proprio antipatica per i bancari,
perché non capiscono qual è il rendimento loro e vogliono
sapere quali sono gli asset. Vedono i cittadini sempre in liquidazione,
da liquidare e dicono: "Questo è un cittadino i cui beni sono
da liquidare. Lei mi chiede tanto e allora quanto…". Loro fanno
il baratto come prima dell'invenzione della banca. Loro dicono: "Quali
beni ha? Se io li vendo, quanto ci guadagno? Posso rifarmi ampiamente con
tutti gli interessi di quello che ho prestato? Allora lo faccio". È
esattamente come l'usuraio. "Cosa mi dà in pegno?" —
"Mi dà in pegno questi beni". — Questo non è
un ragionamento. Che invece c'è nella valutazione dell'azienda al
livello di Quadri, anche se poi i grandi gruppi aggiustano tutto secondo
quelle formule. È sempre comunque un modo naturalistico. C'è
qualche passo ulteriore nella valutazione e si può analizzare ulteriormente
fino a giungere a una valutazione intellettuale.
Intanto teniamo in considerazione la loro
valutazione, perché questa è la carta che si adopera comunemente.
Poi c'è un'altra valutazione che dobbiamo scrivere noi e che è
altra rispetto a questa. Già questa deve alludere a quest'altra valutazione,
alla valutazione intellettuale. Torniamo a dire che il capitale è
un capitale intellettuale. Certamente questo capitale intellettuale viene
dato dal rendimento. Se stabiliamo che il rendimento non è soltanto
quello che viene quantificato nell'8%, ma c'è un altro rendimento.
L'8% è soltanto allusivo di un altro rendimento e questo dà
adito a un altro valore intellettuale. Perciò vi invito intanto a
leggere gli scritti intorno alla valutazione dell'azienda di questi signori
che in Italia sono quasi tutti di Milano e poi di Parigi, di Londra, di
New York. C'è uno slittamento tra la valutazione di Milano, la valutazione
di Parigi, la valutazione di Londra, la valutazione di Francoforte e la
valutazione di New York. La stessa azienda viene valutata con altri criteri
che sono sempre più flessibili man mano che ci si allontana dall'Europa
e si va verso gli Stati Uniti.
Dal pubblico
[…]
A. V.
Quando il rendimento in Borsa diminuisce non bisogna crederci. Per esempio,
Lei investe in Borsa e il rendimento scende. Ci sarebbe l'orso — l'orso
va verso il basso, il toro sale verso l'alto — e allora ci sono coloro
che vendono e sbagliano, perché, quando tutti vendono e sono quelli
che non capiscono, allora coloro che hanno manovrato tutta l'operazione
comprano. Se ha investito in Borsa e il cosiddetto titolo è sceso
deve lasciare lì i soldi, perché poi salirà. Non può
non salire. C'è questo sali scendi, questo va e vieni della pulsione.
La cena di Leonardo è la descrizione della Borsa, di questo va e
vieni, dell'onda (ab unda).
E allora, l'onda lunga ecc. Mi diceva Daniela Gastaldello che adesso ci
sono gli astrologi che si occupano della Borsa. Reagan consultava gli astrologi.
Diana consultava gli astrologi. De Gaulle consultava gli astrologi. Re e
principi consultano gli astrologi. I finanzieri consultano gli astrologi.
La questione è: chi paga gli astrologi? Poniamo che gli astrologi
dicano che in questo mese la new economy non va bene. E questo per un motivo
e per l'altro per tutti i segni. Oppure che non va bene neppure la old economy.
Sono delle indicazioni precise e ci sono gli allocchi. Siccome sono in tanti
l'astrologo aveva ragione, perché hanno obbedito tutti gli astrologi
che sono stati pagati per dire questo. Senza dubbio la Borsa scende e così
coloro che hanno pagato gli astrologi comperano.
[…] che altro è l'investimento
se non la funzione di Altro nella sembianza? Però adesso dovete incominciare
a studiare, prepararvi e leggere questi libri. Anche se noi in questi trenta
anni non abbiamo scritto altro che intorno a queste cose. Bisogna capire
in che modo.
E. CELANT
Se è per questo anche l'imprenditore […]
A. V.
L'imprenditore ha la sua condizione ed è il sembiante. Questa è
la saggezza. Senza questa saggezza non può fare un bel niente. Lo
statuto di imprenditore non c'è.
CARLO MARCHETTI
Qual è il rendimento per chi si ritiene professionista?
A. V.
Potremmo dire del professionista quello che Jacques Lacan dice del masturbatore:
"c'est la jouissance de l'idiote". È il rendimento dell'idiota.
Io ho dato una certa accezione a professionista, se ne diamo invece un'altra,
allora…
Dal pubblico
[menziona Jacques Maritain a proposito della nozione di capitale intellettuale]
A. V.
Io Jacques Maritain l'ho studiato, ma non mi risulta. Però possiamo
indagare. Forse bisogna andare nel XIX° secolo. Comunque dipende in
quale accezione viene inteso capitale intellettuale.
RUGGERO CHINAGLIA
A proposito di bilancio in che senso starebbe alle spalle?
A. V.
Non ho detto che il bilancio sta alle spalle, ma che procede dal due.
R. C.
[…]
A. V.
Il bilancio è il programma. È il programma finanziario. Per
fare quello che viene chiamato a torto business plan si considera il bilancio
dell'ultimo anno e si verifica quali sono i costi e i ricavi. Si vede quali
sono le novità. Se le novità sono queste o queste, si verifica
quali costi in più o quali costi in meno queste novità includono
e quali sono i ricavi. Se non ci sono, la novità dove sta? Se c'è
un programma, è chiaro che punta alla novità. Invece un'interpretazione
liquidatoria del bilancio non tiene conto di nessun programma. Tutto quello
che c'è viene messo in vendita e quello che è con punto interrogativo
viene abolito.
Dal pubblico
[…]
A. V.
Eh, sì. Infatti ci coloro che dicono "io non voglio la famiglia",
"io sono contro la famiglia". Questa cosa qui può dirla
per quanti anni? Se la dice a lungo, ci sono problemi seri. Ecco perché
dico che la famiglia bisogna che sia la traccia dell'interdizione. Che la
famiglia come positivo-negativo stia alle spalle e non stia davanti e quindi
che sia la traccia. Se io dico "la famiglia non la voglio", "ah,
la mia famiglia no", allora la metto davanti e divento pieno di tabù,
perché ogni cosa che io attribuisco a quella famiglia me la trovo
davanti. E me la trovo davanti come un impedimento. Io dico che faccio altro,
dico che faccio tutte cose alternative a quella famiglia, ma intanto ce
l'ho davanti. Poi magari vado a scoprire che quello che avevo dichiarato
alternativo non era poi tanto alternativo, ma che era nella stessa serie.
Era una conseguenza. Il matricidio è questo. Invece mi pare che lungo
l'itinerario di questi trenta anni ci sia stata l'elaborazione del mito
del padre e del mito della madre. Questo non è matricidio e nel Giardino
dell'automa il mito della madre presiede all'impresa.
Dal pubblico
[…]
A. V.
"Mia famiglia" in che senso? Io ho trovato persone che avevano
una famiglia come quella che ho descritto poc'anzi. La cura, l'analisi e
la psicanalisi è anche questo: che non restino con la famiglia messa
davanti, ma che trovino elementi anche interessanti della propria famiglia.
So che è difficile. Però bisogna che questo positivo-negativo
stia alle spalle e in questo modo diventa traccia. Bisogna che resti ossimoro.
Se resta ossimoro, allora io posso dire "il padre", che non è
più mio papà o la "madre", che non è più
mia mamma. Se invece li metto davanti io confondo tra il padre e il papà,
tra la madre e mia mamma. Questo fa sì che me li trovi anfibologici,
positivo-negativo. In altre parole mi trovo davanti degli animali. E cosa
ci faccio? Il bancario, se diviene nostro interlocutore, in qualche modo
è in cura.
Dal pubblico
La famiglia che ha descritto Lei non è la famiglia…
A. V.
Certo, non è la famiglia naturale ma una famiglia intellettuale.
La famiglia nella parola. Le assicuro che, se vogliono fare delle cose belle,
meravigliose nella vita, bisogna pure che non abbiano questa litigiosità
con questa famiglia. Sa quante persone ho sentito io nel mio mestiere che
dicevano che non volevano la famiglia, ecc. Però bisogna provare.
Non provare con tutti. Noi non facciamo evangelizzazione. Non ci diamo alla
prostituzione (altrimenti proveremo con tutti) e non evangelizziamo. Né
l'una né l'altra. Cosa facciamo invece? Noi stabiliamo il programma
e, rispetto al programma, noi dobbiamo trovare gli interlocutori. Non cercare
delle persone a caso che possano diventare degli interlocutori. Interlocutori
di che? Poi avremmo il programma con queste persone? Quale programma? Quindi,
è importante stabilire già il programma. Come esercizio intellettuale
quello di stabilire il programma è una cosa interessantissima.
Trascrizione: Saverio Bellumat